Amarone: storia di un errore di successo

Vigneti in Valpolicella

Anche se la viticoltura in Valpolicella ha origini antichissime, il vino che oggi meglio identifica la sua produzione ha natali decisamente più recenti. È l’Amarone, ovviamente. Primo attore incontrastato. Anche se, a dire il vero, attualmente rischia di vedere conteso il suo ruolo di protagonista.

Non tanto per colpa di una crisi generalizzata che induce a limitare l’acquisto di vini che costano, pur se di stoffa pregiata. Quanto per la salita verso il podio locale del Ripasso, vino fatto con le stesse uve e in parte sfruttando l’Amarone stesso.

La produzione dell’Amarone si attesta sui 13 milioni di bottiglie annue. Ma quel che conta di più, è che oggi l’Amarone tiene bene il mercato. Tiene bene grazie ad aziende che hanno affinato sì tecniche agronomiche e produttive ma anche capacità organizzative e logistiche. Insomma. Aziende moderne e ben orientate verso i mercati di tutto il mondo.

Amarone, tra leggenda e realtà

La leggenda vuole che l’Amarone sia in realtà il frutto di un “errore”, o meglio di una distrazione in cantina. Del resto questa è una caratteristica che accomuna molti prodotti di grande successo, come per esempio la Nutella (che non è veneta ma piemontese, ma che come l’Amarone è un vero “must” in decine di Paesi al mondo).
La nascita dell’Amarore, in particolare, è strettamente legata alla storia di un altro famoso vino del territorio della Valpolicella, il Recioto. Addirittura, in origine, era difficile definire esattamente i contorni gustativi dell’uno e dell’alto. Prima di tutto perché erano prodotti con le stesse uve, e secondariamente perché non era raro trovare in commercio delle bottiglie etichettate addirittura Recioto Amarone (giusto per tagliare la testa a ogni dubbio…). Oggi, invece, si tratta di due vini distinti e dai sapori ben diversi.

In un’intervista di qualche anno fa, Carlo Speri componente di una numerosa famiglia di viticoltori, spiegava così la nascita dell’Amarone “Bisogna partire dagli anni ’40, con la guerra che aveva portato devastazioni e grossi problemi. Per esempio, chi aveva nascosto qualche botticella di Recioto spesso non riusciva ad andare a controllarla. Era, diciamo, abbandonata a se stessa. Quel vino ebbe così il tempo di fermentare, di maturare e invecchiare. Questo fino ad allora non era mai praticamente successo, perché in quegli anni non c’era tradizione di invecchiare il vino, neanche il Recioto. Lo si imbottigliava con la luna piena di marzo, a Venerdì Santo, e si beveva alla svelta. Anche perché se si metteva in cantina, anche inclinato e sotto la sabbia, spesso le bottiglie scoppiavano. Così il Recioto che rifermentava e diventava quasi secco veniva chiamato Recioto scapà, Recioto scappato. Quando veniva assaggiato si sentiva che non era dolce ma il suo contrario, amaro.

Senti che amaro è questo vin, anzi è molto amaro, è AMARON! Così è nato il nome”.

In realtà il vino non era affatto amaro, e men che meno lo è oggi, nel senso vero della parola. Il termine venne usato per estrema contrapposizione con il tono dolce che invece ci si sarebbe aspettato da quel primo assaggio del Recioto dimenticato. Amaro, insomma, stava per secco e asciutto.

Un errore che avrebbe potuto sparire rapidamente se non fosse che qualche produttore visionario ebbe l’intuizione di approfondire l’argomento, fino a capire che un vino così, se ben trattato e opportunamente invecchiato, poteva uscire dalla scomoda e casuale culla del Recioto e avere vita autonoma, oltre che grande dignità.

Le aziende

Sul sito del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella, c’è una pagina dedicata alle aziende del territorio. Una carrellata interessante per chi vuole organizzare un giro di degustazioni alla scoperta dei migliori vini della zona.

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